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Premessa del libro "Handicap, Scuola Società" di A. Fresca

Un serio ed articolato dibattito culturale sul problema dell’handicap è stato avviato, nel nostro Paese, solo a partire dalla fine degli anni sessanta (1). E non poteva essere diversamente, a parere di autorevoli sociologi e di altri studiosi della fenomenologia sociale, patologica e non, poiché, in effetti, solo allora si erano concretamente determinate le condizioni per un nuovo atteggiamento della società nei confronti del diverso.

Con la contestazione studentesca del ‘68, infatti la diversità non si è più identificata tout court con l’emarginazione e/o l’istituzionalizzazione, ma viene invece recepita e vissuta dall’intero corpo sociale, come problema nuovo ed aperto: come un problema, cioè, che nasce dentro la società (e quindi non più riconducibile o appartenente al singolo individuo) e di cui si può e si deve discutere; magari per meglio conoscere gli aspetti più autentici ed implicanti, al di là degli idòla e dei pregiudizi che decenni di pseudoconoscenze e di equivoci avevano contribuito ad accrescere ed alimentare.

La consapevolezza che il problema dell’handicap è problema che, direttamente o non, interessa tutti, risulta pertanto, una conquista abbastanza recente ed ancora da consolidare.

Mentre invece, appare sempre più forte e radicata la convinzione che la soluzione definitiva dell’intera questione non passa più attraverso la medicalizzazione, o la creazione di nuovi istituti speciali, o di classi differenziali (2), bensì attraverso una riorganizzazione effettiva del territorio che dovrà avere nella prevenzione e nella socializzazione i due concetti cardine. Se però, tra evidenti difficoltà, si sta facendo sempre più strada questa convizione di gestire socialmente il problema dell’handicap, la creazione di una rete di servizi sociali, atti a coprire le varie aree di intervento (dalla prevenzione alla riabilitazione, dall’assistenza all’integrazione), è l’unica condizione che favorisce e consolida lo sviluppo ditale impostazione.

Ma spesso l’azione, su un territorio tradizionalmente eterogeneo, per situazioni culturali e socio-economiche ed in attuazione ad un rigido deliberato legislativo è (fin qui) risultata poco incisiva o addirittura del tutto assente. E questo ha contribuito notevolmente ad accrescere la diffidenza e la confusione, in una opinione pubblica già di per sè disorientata e spesso strumentalizzata con una chiara funzione ideologica.

La caduta del mito della riabilitazione che, nella sostanza, significava creazione di nuovi e sempre più circoscritti ambiti specialistici, e l’avvento della socializzazione forzata (o dell’inserimento a tutti i costi), ha creato indubbiamente contrasti piuttosto violenti tra gli studiosi e polemiche ancora oggi assai astiose.

Parallelamente sono state alimentate anche molte aspettative (oggi in gran parte deluse) nelle famiglie, ma l’uomo della strada ha incominciato (perché costretto dal processo di deistituzionalizzazione), a partecipare sempre più attivamente a questi problemi, anche se con un misto di diffidenza, di paura, o di preoccupazione. L’aspetto — a nostro avviso — più significativo, perché più denso di prospettive, anche se, a prima vista, potrà sembrare paradossale, consiste proprio in questa diretta e, quindi, più autentica ed obiettiva percezione, che ha la gente comune dell’handicappato.

In passato era difficile che lo si vedesse, che ci si incontrasse con un bambino portatore di handicap, a meno che, deliberatamente, non si volesse andarlo a trovare a casa, o, magari, negli istituti speciali. Oggi, nel pieno di un mutamento istituzionale, ci si è resi conto che si può vivere seduti nello stesso banco di un bambino handicappato, che la sua menomazione non è contagiosa, e quel che più conta, non è statica ed immutabile. Ecco, proprio quest’ultimo aspetto del problema ci pare debba essere rimarcato con forza; nel senso cioè che nasce appunto dall’assunzione di un nuovo atteggiamento, la rottura definitiva con la vecchia impostazione, imperante da secoli, che considerava l’handicap come una realtà assolutamente statica. Infatti, l’irrecuperabilità, nel senso classico del termine, risulta oggi un concetto superato; soprattutto se si fa riferimento ai potenziali di sviluppo (3), o alla teoria della marginalità residua, o ancora alla creazione degli spazi educativi strutturati (4).

Senza falsi trionfalismi, (assolutamente fuori luogo), o utopie, si può perciò ritenere che ci stiamo piano piano avviando verso una nuova cultura dell’handicap, che superando il quadro eziopatogenetico e le false diagnosi di ipodotazione, si indirizza verso l’identificazione dei meccanismi che sottintendono la stessa sintomatologia, per cogliere nel senso più autentico e complessivo dell’handicap incarnato nella persona. Con questo non intendiamo certo negare la diversità, sia organica che psico-biologica (che, anzi, spesso è un dato assolutamente obiettivo), bensì ribadire l’importanza che riveste una più complessiva ed approfondita conoscenza della persona diversa, per un approccio più autentico e sicuramente più positivo all’intera questione. In ogni caso avremo modo di analizzare più avanti alcuni di questi concetti; quel che ci preme qui ribadire però, è l’assunzione, da parte nostra, di un taglio metodologico e di un accostamento al problema dell’handicap, che riconosce la diversità espressa solo nei bisogni, mai nei diritti. In tale prospettiva, la concezione dell’ambiente sociale, quella assiologica, etica ed antropologica assumono una valenza fondamentale: il bambino handicappato non viene considerato come l’oggetto misterioso da rinchiudere e/o curare, ma una persona totale che, compatibilmente con la tipologia ed il particolare grado della sua menomazione, può stabilire dei rapporti con gli oggetti, le cose e le altre persone. Non si tratta perciò, in definitiva, di intervenire per curare o rieducare il deficit, o il disturbo, ma la persona che ne è portatrice, intesa nella sua globalità. E’ questo il concetto di fondo che, introddotto dalle scienze umane e sociali, sposta radicalmente i termini del problema, rendendo obsolete teorie ed analisi di pochi anni fa ed aprendo, nel contempo, ad una prospettiva — sopratutto nel campo dell’educazione — ancora sconosciuta, ma decisamente attuale e densa di prospettive.

 

  • (1)In Italia, si cominciò a parlare ufficialmente del problema dell’integrazione sociale dei soggetti portatori di handicaps solo nel 1967, anno in cui si tenne a Roma un primo convegno nazionale sul tema: Edilizia sociale e minorati fisici.
  • (2)Nell’ambito della querelle suscitata della legge n. 517/77 che, e dai successivi provvedimenti attuativi, i maggiori sostenitori dell’inserimento scolastico (ad ogni costo) sottolineano come le vecchie scuole speciali e/o le classi differenziali non abbiano fatto altro che accentuare l’emarginazione e l’escusione sociale dei disabili.
  • (3)Cfr. VIGOTSKIJ L.S., Psicologia e pedagogia, Roma, Ed. Riuniti, 1971.
  • (4)Cfr. CANCRINI L., Bambini diversi a scuola, Torino, Boringhieri, 1974.



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